Sant’Agostino per mons Sanguineti
“un cuore inquieto, dai grandi desideri”
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mons Sanguineti
Una premessa: Sant’Agostino vive in un’epoca molto lontana dalla nostra (354-430), che tuttavia rappresenta un vero «cambiamento d’epoca», eppure è molto moderno per la sua viva ricerca della verità e della felicità, per l’inquietudine che lo ha accompagnato e che, in certo modo, non è venuta meno dopo la conversione alla fede cristiana, perché la verità trovata e riconosciuta ha suscitato in lui una nuova passione di ricerca e di comprensione sempre più profonda del mistero di Dio svelato in Cristo.
Agostino è stato uomo del desiderio che ha percorso anche strade senza sbocco, arrivando a uno scetticismo triste, è stato un uomo libero, che ha fatto anche scelte disordinate, di forte indipendenza dalla sua famiglia – lasciando la madre Monica sola a Tagaste in Africa, quasi fuggendo da lei e suscitando nel cuore di lei un dolore profondo -, ha amato la cultura classica della romanità, tanto che nei suoi anni giovanili, ha provato disgusto di fronte alla parola della Bibbia, considerata troppo rozza e barbara al confronto dei classici e della finezza della retorica antica, ha inseguito sogni di gloria, coltivando l’arte della retorica, prima a Cartagine, poi a Roma e infine a Milano, ha sempre avuto il gusto e la passione dell’amicizia e anche il suo cammino di conversione è stato condiviso con il figlio Adeodato e con alcuni amici, con i quali ha ricevuto il battesimo e ha praticato una forma di vita comunitaria.
Ed è bello che, convertendosi a Cristo e diventando poi sacerdote e vescovo, Agostino non ha perso nulla della sua viva umanità, della sua passione intellettuale, ha messo la sua mente brillante e geniale, la sua arte oratoria e il suo culto della parola a servizio della fede e del suo ministero, nella predicazione, nella polemica e nella dialettica contro le eresie, ed è rimasto un uomo di desiderio, sempre spalancato alla profondità inesauribile del mistero.
Nei primi mesi del 2008 Benedetto XVI dedicò cinque udienze generali alla figura e al pensiero di Sant’Agostino, suo grande maestro e nella prima di esse, troviamo una efficace sintesi della vita:
Ma, per venire alla sua vita, Agostino nacque a Tagaste – nella provincia della Numidia, nell’Africa romana – il 13 novembre 354 da Patrizio, un pagano che poi divenne catecumeno, e da Monica, fervente cristiana. Questa donna appassionata, venerata come santa, esercitò sul figlio una grandissima influenza e lo educò nella fede cristiana. Agostino aveva anche ricevuto il sale, come segno dell’accoglienza nel catecumenato, e rimase sempre affascinato dalla figura di Gesù Cristo. Egli anzi dice di aver sempre amato Gesù, ma di essersi allontanato sempre più dalla fede ecclesiale, dalla pratica ecclesiale, come succede anche oggi per molti giovani. Agostino aveva anche un fratello, Navigio, e una sorella, della quale ignoriamo il nome e che, rimasta vedova, fu poi a capo di un monastero femminile. Il ragazzo, di vivissima intelligenza, ricevette una buona educazione, anche se non fu sempre uno studente esemplare. Egli tuttavia studiò bene la grammatica, prima nella sua città natale, poi a Madaura, e dal 370 retorica a Cartagine, capitale dell’Africa romana: divenne un perfetto dominatore della lingua latina. Non arrivò però a maneggiare con altrettanto dominio il greco e non imparò il punico, parlato dai suoi conterranei.
Proprio a Cartagine Agostino lesse per la prima volta l’Hortensius, uno scritto di Cicerone, poi andato perduto, che si colloca all’inizio del suo cammino verso la conversione. Il testo ciceroniano, infatti, svegliò in lui l’amore per la sapienza, come scriverà, ormai Vescovo, nelleConfessioni: «Quel libro cambiò davvero il mio modo di sentire», tanto che «all’improvviso perse valore ogni speranza vana e desideravo con un incredibile ardore del cuore l’immortalità della sapienza» (III,4,7).
Ma poiché era convinto che senza Gesù la verità non può dirsi effettivamente trovata, e perché in questo libro appassionante quel nome gli mancava, subito dopo averlo letto cominciò a leggere la Scrittura, la Bibbia. Ma ne rimase deluso. Non solo perché lo stile latino della traduzione della Sacra Scrittura era insufficiente, ma anche perché lo stesso contenuto gli apparve non soddisfacente. Nelle narrazioni della Scrittura su guerre e altre vicende umane non trovava l’altezza della filosofia, lo splendore di ricerca della verità che ad essa è proprio.
Tuttavia non voleva vivere senza Dio, e così cercava una religione corrispondente al suo desiderio di verità e anche al suo desiderio di avvicinarsi a Gesù.
Cadde così nella rete dei manichei, che si presentavano come cristiani e promettevano una religione totalmente razionale. Affermavano che il mondo è diviso in due principi: il bene e il male. E così si spiegherebbe tutta la complessità della storia umana. Anche la morale dualistica piaceva a sant’Agostino, perché comportava una morale molto alta per gli eletti: e a chi, come lui, vi aderiva era possibile una vita molto più adeguata alla situazione del tempo, specie per un uomo giovane. Si fece pertanto manicheo, convinto in quel momento di aver trovato la sintesi tra razionalità, ricerca della verità e amore di Gesù Cristo. Ed ebbe anche un vantaggio concreto per la sua vita: l’adesione ai manichei infatti apriva facili prospettive di carriera. Aderire a quella religione che contava tante personalità influenti gli permetteva di andare avanti nella sua carriera, oltre che continuare la relazione intrecciata con una donna. (Da questa donna ebbe un figlio, Adeodato, a lui carissimo, molto intelligente, che sarà poi presente nella preparazione al Battesimo presso il lago di Como, partecipando a quei Dialoghi che sant’Agostino ci ha trasmesso. Il ragazzo, purtroppo, morì prematuramente). Agostino, a circa vent’anni già insegnante di grammatica nella sua città natale, tornò presto a Cartagine, dove divenne un brillante e celebrato maestro di retorica.
Con il tempo, tuttavia, egli iniziò ad allontanarsi dalla fede dei manichei, che lo delusero proprio dal punto di vista intellettuale in quanto incapaci di risolvere i suoi dubbi, e si trasferì a Roma e poi a Milano, dove allora risiedeva la corte imperiale e dove aveva ottenuto un posto di prestigio grazie all’interessamento e alle raccomandazioni del prefetto di Roma, il pagano Simmaco, ostile al Vescovo di Milano sant’Ambrogio.
A Milano Agostino prese l’abitudine di ascoltare – inizialmente allo scopo di arricchire il suo bagaglio retorico – le bellissime prediche del Vescovo Ambrogio, che era stato rappresentante dell’imperatore per l’Italia settentrionale. Dalla parola del grande presule milanese il retore africano rimase affascinato, e non soltanto dalla sua retorica: soprattutto i contenuti toccarono sempre più il suo cuore. Il grande problema dell’Antico Testamento – la mancanza di bellezza retorica e di altezza filosofica – si risolse nelle prediche di sant’Ambrogio grazie all’interpretazione tipologica dell’Antico Testamento: Agostino capì che tutto l’Antico Testamento è un cammino verso Gesù Cristo. Così trovò la chiave per capire la bellezza, la profondità pure filosofica dell’Antico Testamento e capì tutta l’unità del mistero di Cristo nella storia e anche la sintesi tra filosofia, razionalità e fede nel Logos, in Cristo Verbo eterno che si è fatto carne.
In breve tempo Agostino si rese conto che la lettura allegorica della Scrittura e la filosofia neoplatonica coltivate dal Vescovo di Milano gli permettevano di risolvere le difficoltà intellettuali che, quando era più giovane, nel suo primo avvicinamento ai testi biblici gli erano sembrate insuperabili. Alla lettura degli scritti dei filosofi Agostino fece così seguire quella rinnovata della Scrittura e soprattutto delle Lettere paoline. La conversione al cristianesimo, il 15 agosto 386, si collocò quindi al culmine di un lungo e tormentato itinerario interiore, del quale parleremo ancora in un’altra catechesi, e l’africano si trasferì nella campagna a nord di Milano, verso il lago di Como – con la madre Monica, il figlio Adeodato e un piccolo gruppo di amici – per prepararsi al Battesimo. Così, a trentadue anni, Agostino fu battezzato da Ambrogio il 24 aprile 387, durante la Veglia pasquale, nella Cattedrale di Milano.
Dopo il Battesimo, Agostino decise di tornare in Africa con gli amici, con l’idea di praticare una vita comune, di tipo monastico, al servizio di Dio. Ma a Ostia, in attesa di partire, la madre improvvisamente si ammalò e poco più tardi morì, straziando il cuore del figlio. Rientrato finalmente in patria, il convertito si stabilì a Ippona per fondarvi appunto un monastero. In questa città della costa africana, nonostante le sue resistenze, fu ordinato presbitero nel 391 e iniziò con alcuni compagni la vita monastica a cui da tempo pensava, dividendo il suo tempo tra la preghiera, lo studio e la predicazione. Egli voleva essere solo al servizio della verità, non si sentiva chiamato alla vita pastorale, ma poi capì che la chiamata di Dio era quella di essere Pastore tra gli altri, e così di offrire il dono della verità agli altri.
A Ippona, quattro anni più tardi, nel 395, venne consacrato Vescovo. Continuando ad approfondire lo studio delle Scritture e dei testi della tradizione cristiana, Agostino fu un Vescovo esemplare nel suo instancabile impegno pastorale: predicava più volte la settimana ai suoi fedeli, sosteneva i poveri e gli orfani, curava la formazione del clero e l’organizzazione di monasteri femminili e maschili. In breve, l’antico retore si affermò come uno degli esponenti più importanti del cristianesimo di quel tempo: attivissimo nel governo della sua Diocesi – con notevoli risvolti anche civili – negli oltre trentacinque anni di episcopato, il Vescovo di Ippona esercitò infatti una vasta influenza nella guida della Chiesa cattolica dell’Africa romana e più in generale nel cristianesimo del suo tempo, fronteggiando tendenze religiose ed eresie tenaci e disgregatrici come il manicheismo, il donatismo e il pelagianesimo, che mettevano in pericolo la fede cristiana nel Dio unico e ricco di misericordia.
E a Dio si affidò Agostino ogni giorno, fino all’estremo della sua vita: colpito da febbre, mentre da quasi tre mesi la sua Ippona era assediata dai Vandali invasori, il Vescovo – racconta l’amico Possidio nella Vita di Agostino – chiese di trascrivere a grandi caratteri i Salmi penitenziali «e fece affiggere i fogli contro la parete, così che stando a letto durante la sua malattia li poteva vedere e leggere, e piangeva ininterrottamente a calde lacrime» (31,2). Così trascorsero gli ultimi giorni della vita di Agostino, che morì il 28 agosto 430, quando ancora non aveva compiuto 76 anni.
BENEDETTO XVI, Udienza generale, mercoledì 9/01/2008
Due tratti della ricerca e dell’esperienza spirituale ed esistenziale di Agostino mi sembrano molto moderni: l’attenzione all’io, la percezione che l’io umano è una «magna quaestio», come afferma nelle Confessioni, con la scoperta dell’interiorità dell’uomo, come luogo dove si rivela la verità e dove ci si apre al mistero di Dio, termine ultimo dell’inquietudine del cuore.
Qui tocchiamo uno dei nuclei incandescenti e inesauribili della ricerca e del pensiero dell’uomo di ogni tempo, come ben rilevava San Paolo VI, cultore e amante di S.Agostino, in una sua catechesi del mercoledì:
Di qui la storia del grande problema circa la conoscenza che l’uomo ha di se stesso; egli crede di averla e poi non ne è sicuro; problema che tormenterà sempre e feconderà il pensiero umano.
Ricordiamo fra tutti S.Agostino con la sua famosa preghiera, sintesi della sua anima di pensatore cristiano: «Noverim Te, noverim me»: ch’io conosca Te (o Signore), e ch’io conosca me (cfr. Conf. 1, X); per venire al tempo nostro trovando sempre incompleta la scienza che l’uomo ha di se stesso 2.
PAOLO VI, Udienza generale, mercoledì 12/02/1969.
Nel suo cammino e nella sua vita di fede, il cuore occupa un posto centrale e rappresenta il centro della persona, quel livello ultimo dove hanno radici pensieri, decisioni, sentimenti e dove l’uomo assume l’orientamento fondamentale della sua esistenza.
Paradossalmente, nel ritmo sempre più incalzante e frenetico della vita, dello sviluppo tecnologico e scientifico, nel dominio di una sempre maggiore “velocità” nel raccogliere dati e informazioni, nell’elaborazione del pensiero e della ricerca grazie alle prospettive impensate dell’intelligenza artificiale, oggi si avverte il bisogno di ritrovare ritmi e spazi più lenti, più pacati, di riprendere contatto con se stessi e con la realtà, di aprirsi a quel mondo interiore tipicamente umano, e in questo Agostino può dire molto, può essere un maestro estremamente attuale e provocante di un’autentica “redditio ad cor”, intesa però non in modo solipsistico e solo psicologico o di ricerca di un benessere mentale e “spirituale”, ma come scoperta della verità che ci supera e ci trascende: «Noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas» (De vera religione,XXXIX, 72); «Non uscire fuori, torna in te stesso; nell’uomo interiore abita la verità; e se troverai che la tua natura è mutabile, trascendi te stesso. Ma ricordati, quando trascendi te stesso, che tu trascendi un’anima che ragiona. Tendi dunque là dove si accende la luce della ragione».
L’altro tratto è la centralità del desiderio che tende all’infinito e all’eterno.
Attraverso la riflessione sul suo vissuto interiore e la crescita nella vita di preghiera e di contemplazione, egli svilupperà una sorta di mistica del desiderio: filosofo dell’interiorità, egli diventa filosofo e teologo del desiderio, e i poli essenziali di questo desiderio sono rappresentati dall’io e da Dio, dall’aspirazione a conoscere se stessi e a conoscere Dio, Signore e creatore, termine ultimo di ogni tensione e attesa del cuore.
Riprendendo la sintesi che ne fa il padre Agostino Trapè, studioso ineguagliabile di S.Agostino, possiamo dire che per il grande Dottore, il desiderio è un tratto strutturale dello spirito dell’uomo, creato con un’apertura all’infinito, capax Dei.
L’uomo vuole e desidera sempre più di ciò che ha o riesce ad avere, a possedere, a immaginare, e l’insaziabilità del desiderio è segno del bene infinito ed eterno che attira il cuore: «Il desiderio infatti crea nello spirito il movimento, la tensione, l’estensione che si appuntano decisamente verso questa meta» 3.
Sul piano dell’essere, il desiderio si manifesta come sete dell’anima ed esprime la natura stessa dell’uomo, fatto per la verità assoluta e il bene sommo: quanto più conosco, tanto più cresce il desiderio di conoscere e di poter godere della verità e del bene.
Soprattutto nel commento ai salmi, nei quali ricorrono le metafore della sete e della fame, Agostino esprime e illumina l’esperienza dell’uomo come essere desiderante, e si tratta di un desiderio ‘infinito’, che si acquieta solo nella visione di Dio.
Ma è un acquietarsi “relativo” perché anche nella beatitudine eterna, la conoscenza di Dio è sempre oltre la capacità dello spirito umano, è una conoscenza inesauribile, tanto che la sazietà dell’anima in cielo, paradossalmente, resta una sazietà insaziabile!
Ha avuto sete di te.
Ci sono infatti alcuni che hanno sete, ma non di Dio. Chiunque vuole ottenere qualcosa, brucia dal desiderio; tale desiderio è la sete dell’anima. E vedete quanti desideri vi sono nel cuore degli uomini: uno desidera l’oro, un altro desidera l’argento, un altro ancora desidera le proprietà, un altro l’eredità, un altro denari in abbondanza, un altro numerose greggi, un altro una casa grande, un altro la moglie, uno gli onori terreni, e un altro ancora dei figli. Voi sapete di questi desideri e come essi sono nel cuore degli uomini. Tutti gli uomini ardono dal desiderio; ma quanto è difficile trovare uno che dica:Di te l’anima mia ha avuto sete!La gente ha sete del mondo e non si accorge di essere nel deserto dell’Idumea, ove l’anima loro dovrebbe aver sete di Dio.
A. TRAPÈ, Sant’Agostino uomo e maestro di preghiera (Collana Studi Agostiniani/5), Città Nuova, Roma 1995, 54.
Una delle intuizioni più feconde di Agostino è l’identificazione del desiderio con la preghiera, atto essenziale della vita credente: il vero desiderio è preghiera e l’autentica preghiera, in ogni sua forma, è desiderio.
Citiamo solo due testi di grande bellezza che mostrano questo rapporto interno e profondo tra la preghiera e il desiderio:
Il desiderio prega sempre anche se tace la lingua.
Se tu desideri sempre, tu preghi sempre.
Quand’è che la preghiera sonnecchia? Quando si raffredda il desiderio.
Imploriamo dunque i benefici eterni con tutta l’avidità, cerchiamo con tutto lo sforzo quei beni, chiediamoli sicuri d’essere esauditi» AGOSTINO, Discorso 80,7 (in www.augustinus.it/italiano/confessioni/index2.htm)..
«Il tuo desiderio è la tua preghiera; se continuo è il desiderio, continua è la preghiera. Perché non invano ha detto l’Apostolo:Pregando senza interruzione. Forse noi senza interruzione pieghiamo il ginocchio, prostriamo il corpo, o leviamo le mani, per adempiere all’ordine:Pregate senza interruzione? Se intendiamo il pregare in tal modo, credo che non lo possiamo fare senza interruzione. Ma c’è un’altra preghiera interiore che non conosce interruzione, ed è il desiderio. Qualunque cosa tu faccia, se desideri quel sabato, non smetti mai di pregare. Se non vuoi interrompere la preghiera, non cessar mai di desiderare. Il tuo desiderio continuo sarà la tua continua voce. Tacerai se cesserai di amare. (…) Il gelo della carità è il silenzio del cuore; l’ardore della carità è il grido del cuore. Se sempre permane la carità, tu sempre gridi; se sempre gridi, sempre desideri; e se desideri, ti ricordi della pace.
AGOSTINO, Commento ai Salmi, 37,14 (in www.augustinus.it/italiano/confessioni/index2.htm).
Un altro tema particolarmente moderno in Agostino è il rapporto fede e regione: una bellissima sintesi dello sviluppo di questo tema Agostino è offerta nella terza catechesi di Benedetto XVI dedicata al santo vescovo d’Ippona.
La catechesi oggi è dedicata invece al tema fede e ragione, che è un tema determinante, o meglio,il tema determinante per la biografia di sant’Agostino. Da bambino aveva imparato da sua madre Monica la fede cattolica. Ma da adolescente aveva abbandonato questa fede, perché non poteva più vederne la ragionevolezza e non voleva una religione che non fosse anche per lui espressione della ragione, cioè della verità. La sua sete di verità era radicale e lo ha condotto quindi ad allontanarsi dalla fede cattolica. Ma la sua radicalità era tale che egli non poteva accontentarsi di filosofie che non arrivassero alla verità stessa, che non arrivassero fino a Dio. E a un Dio che non fosse soltanto un’ultima ipotesi cosmologica, ma che fosse il vero Dio, il Dio che dà la vita e che entra nella nostra stessa vita.
Così tutto l’itinerario intellettuale e spirituale di sant’Agostino costituisce un modello valido anche oggi nel rapporto tra fede e ragione, tema non solo per uomini credenti, ma per ogni uomo che cerca la verità, tema centrale per l’equilibrio e il destino di ogni essere umano. Queste due dimensioni, fede e ragione, non sono da separare né da contrapporre, ma piuttosto devono sempre andare insieme. Come ha scritto Agostino stesso dopo la sua conversione, fede e ragione sono «le due forze che ci portano a conoscere» (Contro gli AccademiciIII,20,43). A questo proposito rimangono giustamente celebri le due formule agostiniane (Sermoni43,9) che esprimono questa coerente sintesi tra fede e ragione:crede ut intelligas(«credi per comprendere») – il credere apre la strada per varcare la porta della verità –, ma anche, e inseparabilmente,intellige ut credas(«comprendi per credere») – scruta la verità per poter trovare Dio e credere. Le due affermazioni di Agostino esprimono con efficace immediatezza e con altrettanta profondità la sintesi di questo problema, nella quale la Chiesa cattolica vede espresso il proprio cammino.
Storicamente questa sintesi va formandosi, prima ancora della venuta di Cristo, nell’incontro tra fede ebraica e pensiero greco nel giudaismo ellenistico. Successivamente nella storia questa sintesi è stata ripresa e sviluppata da molti pensatori cristiani. L’armonia tra fede e ragione significa soprattutto che Dio non è lontano: non è lontano dalla nostra ragione e dalla nostra vita; è vicino ad ogni essere umano, vicino al nostro cuore e vicino alla nostra ragione, se realmente ci mettiamo in cammino. […] Proprio perché Agostino ha vissuto in prima persona questo itinerario intellettuale e spirituale, ha saputo renderlo nelle sue opere con tanta immediatezza, profondità e sapienza, riconoscendo in due altri celebri passi delleConfessioni(IV,4,9 e 14,22) che l’uomo è «un grande enigma» (magna quaestio) e «un grande abisso» (grande profundum), enigma e abisso che solo Cristo illumina e salva. Questo è importante: un uomo che è lontano da Dio è anche lontano da sé, alienato da se stesso, e può ritrovare se stesso solo incontrandosi con Dio. Così arriva anche a sé, al suo vero io, alla sua vera identità. Ecco, Agostino ha incontrato Dio e durante tutta la sua vita ne ha fatto esperienza, al punto che questa realtà – che è anzitutto incontro con una Persona, Gesù – ha cambiato la sua vita, come cambia quella di quanti, donne e uomini, in ogni tempo hanno la grazia di incontrarlo. Preghiamo che il Signore ci dia questa grazia e ci faccia trovare così la sua pace.
BENEDETTO XVI, Udienza generale, mercoledì 30/01/2008.
Agostino rimane un maestro insuperabile di un modo di pensare il rapporto tra la fede e la ragione, come una relazione positiva e feconda per entrambe, perché, come affermerà più volte Joseph Ratzinger – Benedetto XVI, la ragione, se non si apre alla luce della fede, non riesce a raggiungere la piena verità sull’uomo e su Dio ed è provocata dalla fede a mantenere tutta la sua ampiezza, d’altra parte la fede ha bisogno della ragione, sia perché credere è un modo di usare la ragione, «cogitare cumassentione», sia perché la fede chiede d’essere purificata da eventuali corruzioni, da forme di fanatismo e d’integralismo che sono una contraffazione della vera esperienza credente.
Mi si consenta però di ricordare, a comune edificazione, alcune luminose intuizioni di questo sommo pensatore. Prima di tutto quelle riguardanti il problema che più lo attanagliò in gioventù e sul quale egli tornò con tutta la forza dell’ingegno e la passione dell’animo, quello riguardante le relazioni tra la ragione e la fede: un problema di sempre, di oggi non meno che di ieri, dalla cui soluzione dipende l’indirizzo del pensiero umano. Ma problema difficile, perché si tratta di passare incolumi tra un estremo e l’altro, tra il fideismo che disprezza la ragione e il razionalismo che esclude la fede. Lo sforzo intellettuale e pastorale di Agostino fu quello di mostrare, senza ombra di dubbio, che «le due forze che ci portano a conoscere», devono cooperare insieme.
Egli ascoltò la fede, ma non esaltò meno la ragione, dando a ciascuna il suo primato, o di tempo o di importanza. Disse a tutti il «crede ut intelligas», ma ripeté anche l’«intellige ut credas». Scrisse un’opera, sempre attuale, sull’utilità della fede e spiegò che è la fede la medicina destinata a sanare l’occhio dello spirito, la fortezza inespugnabile per la difesa di tutti, particolarmente dei deboli, contro l’errore, il nido in cui si mettono le penne per gli alti voli dello spirito, la via breve che permette di conoscere presto, con sicurezza e senza errori, le verità che conducono l’uomo alla sapienza. Ma sostenne anche che la fede non è mai senza ragione, perché è la ragione che dimostra «a chi si debba credere». Pertanto «anche la fede ha i suoi occhi con i quali vede in qualche modo che è vero quello che ancora non vede». «Nessuno, dunque, crede se prima non ha pensato di dover credere», poiché «credere altro non è che pensare con assenso (“cumassentione cogitare”)» tanto che «la fede che non sia pensata non è fede». Il discorso sugli occhi della fede sfocia in quello della credibilità, di cui Agostino parla spesso adducendone i motivi, quasi a confermare la consapevolezza con cui era tornato egli stesso alla fede cattolica. Giova riportare un testo. Scrive: «Molte sono le ragioni che mi trattengono in seno della Chiesa cattolica. A parte la sapienza dell’insegnamento (questo argomento, per Agostino fortissimo, non era ammesso dagli avversari). . . mi trattiene il consenso dei popoli e delle genti; mi trattiene l’autorità fondata coi miracoli, nutrita con la speranza, aumentata con la carità, consolidata con l’antichità; mi trattiene la successione dei vescovi, della sede stessa dell’apostolo Pietro, a cui il Signore dopo la risurrezione diede a pascere le sue pecore, fino al presente episcopato; mi trattiene infine lo stesso nome di cattolica che non senza ragione solo questa Chiesa ha ottenuto».
GIOVANNI PAOLO II, Augustinum Hipponensem, Lettera apostolica nel XVI centenario della conversione di Sant’Agostino (28/08/1986), «II. Il dottore. 1. Ragione e fede».
Tanto che nell’enciclica Fides et ratio, San Giovanni Paolo II evoca proprio la figura e il pensiero di Sant’Agostino come esemplare per una visione corretta della relazione tra fede e ragione, in vista di una sintesi feconda da realizzarsi nella vita del credente che non cessa di essere un soggetto pensante, capace di riflessione e d’interrogazione sulla realtà e anche sulla fede stessa.
Il Vescovo di Ippona riuscì a produrre la prima grande sintesi del pensiero filosofico e teologico nella quale confluivano correnti del pensiero greco e latino. Anche in lui, la grande unità del sapere, che trovava il suo fondamento nel pensiero biblico, venne ad essere confermata e sostenuta dalla profondità del pensiero speculativo. La sintesi compiuta da sant’Agostino rimarrà per secoli come la forma più alta della speculazione filosofica e teologica che l'Occidente abbia conosciuto. Forte della sua storia personale e aiutato da una mirabile santità di vita, egli fu anche in grado di introdurre nelle sue opere molteplici dati che, facendo riferimento all’esperienza, preludevano a futuri sviluppi di alcune correnti filosofiche.
GIOVANNI PAOLO II, Fides et ratio, Lettera enciclica ai vescovi della Chiesa cattolica circa il rapporto tra fede e ragione (14/09/1998), 40
L’esperienza spirituale ed esistenziale di Agostino, che ha conosciuto il fascino per il manicheismo materialista e dualista e ha attraversato una fase scettica, molto simile al relativismo contemporaneo, per cui non esiste più la verità o comunque non è possibile all’uomo approdare alla conoscenza della verità, esistono solo opinioni e interpretazioni spesso contraddittorie, può dire molto a noi uomini di questo tempo, eredi del lungo percorso della modernità e figli di un pensiero post-moderno sempre più antimetafisico e fluido, debole: in Agostino vediamo la passione indomita e inesauribile per la verità, che alla fine non può essere soffocata e cancellata dal cuore e dalla mente, e incontriamo una fede che non solo mantiene un profilo di ragionevolezza e di profonda valorizzazione della ratio, ma che soprattutto non chiude l’orizzonte della ricerca e dell’interrogazione perché la verità, in ultima analisi, è qualcosa che non possediamo, che sempre ci supera, è come un’acqua viva e fresca che più beviamo e più torniamo a bere, mai sazi, sempre mossi dall’inquietudine del desiderio.
Negli anni del suo episcopato Sant’Agostino si trovò di fronte alla crisi dell’Impero Romano, causata secondo i pagani dalla Chiesa. Una crisi che, per molti, anche cristiani, sembrava coinvolgerla direttamente. Egli avvertì un vivo turbamento alla notizia del sacco di Roma a opera di goti di Alarico nel 410 – era la prima volta che l’Urbe veniva espugnata e messa a ferro e fuoco – e percepì con preoccupazione i segni dell’inesorabile crisi dell’Impero. Tuttavia, davanti all’accusa da parte dei pagani che la causa della rovina fosse proprio la presenza dei cristiani che aveva portato alla crisi dell’antica religione politeista e quindi al “castigo” degli dèi che non avevano protetto Roma, Agostino risponde sviluppando una lunga e complessa riflessione e argomentazione nell’opera De Civitate Dei che lo impegnerà nella sua stesura di tredici anni. È un tentativo grandioso di offrire una lettura sapienziale della storia alla luce della fede, una vera e propria teologia della storia nella quale, al di là di molti elementi datati e discutibili, troviamo un nucleo interpretativo che non cessa d’interrogarci.
Infatti, com’è noto, il Santo dottore vede la storia umana caratterizzata dall’esistenza di due città: la città terrena, visibile e peritura, che non è da identificarsi con lo stato o la società civile, anche se agli occhi di Agostino, Roma e il suo impero sono una forma di questa città, e la città di Dio, la città celeste ed eterna, che non coincide direttamente con la Chiesa, anche se la Chiesa è chiamata nel suo cammino d’incessante conversione a realizzare l’ideale della città di Dio. La divisione tra le due “città” passa nei cuori degli uomini, e soltanto nel giorno del giudizio, alla fine della storia, si riconoscerà chi appartiene veramente alla città terrena, destinata a cadere e chi alla città celeste. Gli abitanti delle due città, nel tempo presente, vivono mescolati tra loro e soprattutto non sono predeterminati: la nostra libertà di fronte a Dio decide a quale città si appartiene. Per Agostino, alla fine, c’è un’ultima alternativa, perché tutto dipende dall’amore, da ciò che amiamo e stimiamo: «Due amori hanno dunque fondato due città: l’amore di sé, portato fino al disprezzo di Dio, ha generato la città terrena; l’amore di Dio, portato fino al disprezzo di sé, ha generato la città celeste» (La città di Dio, libro XIV, 28).
La città di Dio– opera imponente e decisiva per lo sviluppo del pensiero politico occidentale e per la teologia cristiana della storia – venne scritta tra il 413 e il 426 in ventidue libri. L’occasione era il Sacco di Roma compiuto dai Goti nel 410. I pagani, ancora numerosi in quel tempo, ed anche non pochi cristiani pensano che il Dio della nuova religione e gli stessi Apostoli avevano mostrato di non essere in grado di proteggere la città. Ai tempi delle divinità pagane Roma eracaput mundi, la grande capitale, e nessuno poteva pensare che sarebbe caduta nelle mani dei nemici. Adesso, con il Dio dei cristiani, questa grande città non appariva più sicura. Quindi il Dio dei cristiani, che non proteggeva, non poteva essere il Dio al quale affidarsi. A questa obiezione, che toccava profondamente anche il cuore dei cristiani, risponde sant’Agostino con questa grandiosa opera,La città di Dio, chiarendo che cosa dobbiamo aspettarci da Dio e che cosa no, qual è la relazione tra la sfera politica e la sfera della fede, della Chiesa. Anche oggi questo libro è una fonte per definire bene la vera laicità e la competenza della Chiesa, la grande vera speranza che ci dona la fede. Questo grande libro è una presentazione della storia dell’umanità governata dalla Provvidenza divina, ma attualmente divisa da due amori. E questo è il disegno fondamentale, la sua interpretazione della storia, che è la lotta tra due amori: amore di sé «sino all’indifferenza per Dio», e amore di Dio «sino all’indifferenza per sé» (La città di DioXIV,28), alla piena libertà da sé per gli altri nella luce di Dio. Questo, quindi, è forse il più grande libro di sant’Agostino, di un’importanza permanente10.
BENEDETTO XVI, Udienza generale, mercoledì 20/02/2008
Da notare l’estrema modernità del pensiero di Agostino che chiaramente distingue la sfera del potere temporale, propria dell’impero o dei regni – noi oggi diremmo dello Stato e delle nazioni – e l’ambito spirituale dell’azione e dell’autorità della Chiesa; inoltre nel pensiero del grande vescovo d’Ippona, c’è un’evidente “riserva escatologica”, cioè il rifiuto d’identificare il Regno di Dio con una realizzazione temporale di un potere umano e insieme la consapevolezza realistica che la Chiesa stessa non s’identifica con la città di Dio, attuata pienamente nella storia e rimane invece un corpus permixtum, dove convivono insieme il grano e la zizzania, i pesci buoni e quelli cattivi, i santi e i peccatori, i membri della città di Dio e quelli della città terrena. Anzi, per Agostino solo al compimento della storia, nel giudizio finale di Dio, si riveleranno in verità le due città e si potrà scoprire che vi sono membri della Chiesa che sono cittadini della città terrena, e persone che non appartengono alla Chiesa visibile, che sono in realtà cittadini della città celeste, membri della Chiesa delle anime.
In questa prospettiva, la teologia della storia di Agostino e il suo modo di considerare la realtà del potere civile sono un vero antidoto contro tutte le visioni ideologiche totalizzanti, che attendono dalla politica e dall’esercizio del potere la salvezza e la risoluzione di tutti i problemi, e contro tutte le utopie, che non tengono conto del mistero operante del male e dell’impossibilità di assicurare nel secolo una pace perfetta, intesa come piena «tranquillità dell’ordine».
Come ultima tappa del percorso,è utile indicare tratti particolari che ritornano nel magistero di Papa Leone XIV e che racchiudono un messaggio rivolto agli uomini e alle donne del nostro tempo. La proposta, tipicamente agostiniana, della vita interiore come luogo d’incontro e di ascolto del mistero di Dio e come dimensione irrinunciabile per l’uomo e per l’opera dell’educazione, soprattutto di fronte alle sfide affascinanti e inquietanti dell’intelligenza artificiale, della rivoluzione digitale, della sempre maggiore interazione che si realizzerà tra l’uomo e le “macchine”.
Circa l’interiorità, Sant’Agostino dice che «il suono delle nostre parole percuote le orecchie, ma il vero maestro sta dentro» (In Epistolam Ioannis ad ParthosTractatus 3,13), e aggiunge: «Quelli che lo Spirito non istruisce internamente, se ne vanno via senza aver nulla appreso» (ibid. ). Ci ricorda, così, che è un errore pensare che per insegnare bastino belle parole o buone aule scolastiche, laboratori e biblioteche. Questi sono solo mezzi e spazi fisici, certamente utili, ma il Maestro è dentro. La verità non circola attraverso suoni, muri e corridoi, ma nell’incontro profondo delle persone, senza il quale qualsiasi proposta educativa è destinata a fallire. Noi viviamo in un mondo dominato da schermi e filtri tecnologici spesso superficiali, in cui gli studenti, per entrare in contatto con la propria interiorità, hanno bisogno di aiuto. E non solo loro. Anche per gli educatori, infatti, frequentemente stanchi e sovraccarichi di compiti burocratici, è reale il rischio di dimenticare ciò cheS. John Henry Newman sintetizzava con l’espressione:cor ad corloquitur(“il cuore parla al cuore”) e che S.Agostino raccomandava, dicendo: «Non guardare fuori. Ritorna a te stesso. La verità risiede dentro di te» ( De vera religione , 39, 72). LEONE XIV, Ai partecipanti al Giubileo del Mondo Educativo (Incontro con gli Educatori), 31/10/2025.
Cari giovani, voi stessi avete suggerito laprima delle nuove sfideche ci impegnano nel nostroPatto Educativo Globale, esprimendo un desiderio forte e chiaro; avete detto: “Aiutateci nell’educazione alla vita interiore. ” Sono rimasto veramente colpito da questa richiesta. Non basta avere grande scienza, se poi non sappiamo chi siamo e qual è il senso della vita. Senza silenzio, senza ascolto, senza preghiera, perfino le stelle si spengono. Possiamo conoscere molto del mondo e ignorare il nostro cuore: anche a voi sarà capitato di percepire quella sensazione di vuoto, di inquietudine che non lascia in pace. Nei casi più gravi, assistiamo a episodi di disagio, violenza, bullismo, sopraffazione, persino a giovani che si isolano e non vogliono più rapportarsi con gli altri. Penso che dietro a queste sofferenze ci sia anche il vuoto scavato da una società incapace di educare la dimensione spirituale, non solo tecnica, sociale e morale della persona umana. Da giovane, sant’Agostino era un ragazzo brillante, ma profondamente insoddisfatto, come leggiamo nella sua autobiografia,Le Confessioni. Egli cercava dappertutto, tra carriera e piaceri, e ne combinava di tutti i colori, senza però trovare né verità né pace. Finché non ha scoperto Dio nel proprio cuore, scrivendo una frase densissima, che vale per tutti noi: «Il mio cuore è inquieto finché non riposa in Te». Ecco allora che cosa significa educare alla vita interiore: ascoltare la nostra inquietudine, non fuggirla né ingozzarla con ciò che non sazia. Il nostro desiderio d’infinito è la bussola che ci dice: “Non accontentarti, sei fatto per qualcosa di più grande”, “non vivacchiare, ma vivi”.
LEONE XIV, Ai partecipanti al Giubileo del Mondo Educativo (Incontro con gli Studenti), 30/10/2025.
Il frequente richiamo all’unità e alla comunione che caratterizza l’esperienza ecclesiale e cristiana, un’unità radicata in Cristo - «In Illo Uno unum» -, che non è una piatta uniformità, ma si arricchisce della molteplicità dei carismi e delle sensibilità differenti nel vivere la stessa fede e che si manifesta nella sinodalità praticata come stile di vita e di governo della Chiesa. La prima testimonianza che, come cristiani, siamo chiamati a dare in un mondo frammentato e diviso è proprio questa comunione, animata dalla carità, dono dello Spirito in noi.
Questo, fratelli e sorelle, vorrei che fosse il nostro primo grande desiderio:una Chiesa unita, segno di unità e di comunione, che diventi fermento per un mondo riconciliato. In questo nostro tempo, vediamo ancora troppa discordia, troppe ferite causate dall’odio, dalla violenza, dai pregiudizi, dalla paura del diverso, da un paradigma economico che sfrutta le risorse della Terra ed emargina i più poveri. E noi vogliamo essere, dentro questa pasta, un piccolo lievito di unità, di comunione, di fraternità. Noi vogliamo dire al mondo, con umiltà e con gioia: guardate a Cristo! Avvicinatevi a Lui! Accogliete la sua Parola che illumina e consola! Ascoltate la sua proposta di amore per diventare la sua unica famiglia: nell’unico Cristo noi siamo uno. E questa è la strada da fare insieme, tra di noi ma anche con le Chiese cristiane sorelle, con coloro che percorrono altri cammini religiosi, con chi coltiva l’inquietudine della ricerca di Dio, con tutte le donne e gli uomini di buona volontà, per costruire un mondo nuovo in cui regni la pace. […] Fratelli, sorelle, questa è l’ora dell’amore! La carità di Dio che ci rende fratelli tra di noi è il cuore del Vangelo e, con il mio predecessoreLeone XIII, oggi possiamo chiederci: se questo criterio «prevalesse nel mondo, non cesserebbe subito ogni dissidio e non tornerebbe forse la pace?» (Lett. enc. Rerum novarum, 21). Con la luce e la forza dello Spirito Santo, costruiamo una Chiesa fondata sull’amore di Dio e segno di unità, una Chiesa missionaria, che apre le braccia al mondo, che annuncia la Parola, che si lascia inquietare dalla storia, e che diventa lievito di concordia per l’umanità13.
LEONE XIV, Celebrazione eucaristica per l’inizio del ministero petrino, 18/05/2025.
Il tema della pace, annunciata fin dal primo saluto dalla loggia delle benedizioni: «una pace disarmata e disarmante», primo dono del Risorto alla Chiesa e al mondo, che ha una dimensione ecclesiale – è un nome della comunione – e una dimensione civile, politica, come opera di riconciliazione e come meta da perseguire nei rapporti tra le nazioni e i popoli.
La pace sia con tutti voi! Fratelli e sorelle carissimi, questo è il primo saluto del Cristo Risorto, il Buon Pastore, che ha dato la vita per il gregge di Dio.
Anch’io vorrei che questo saluto di pace entrasse nel vostro cuore, raggiungesse le vostre famiglie, tutte le persone, ovunque siano, tutti i popoli, tutta la terra.
La pace sia con voi! Questa è la pace del Cristo Risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante.
Proviene da Dio, Dio che ci ama tutti incondizionatamente.
LEONE XIV, Primo saluto alla loggia delle benedizioni, 8/05/2025.
L’immagine della vita cristiana come relazione con Cristo, vissuta nella forma di un’amicizia: l’amicizia con il Signore e con gli amici e compagni nella fede. Qui si riflette l’esperienza stessa di Agostino che ha sempre coltivato l’avventura della fede dentro un’amicizia concreta e umanissima e che, in fondo, ha vissuto la stessa vita ecclesiale come esperienza di una grande amicizia in Cristo.
Carissimi, ogni persona desidera naturalmente questa vita buona, come i polmoni tendono all’aria, ma quanto è difficile trovarla! Quanto è difficile trovare un’amicizia autentica! Secoli fa, Sant’Agostino ha colto il profondo desiderio del nostro cuore – è il desiderio di ogni cuore umano – anche senza conoscere lo sviluppo tecnologico di oggi. Anche lui è passato attraverso una giovinezza burrascosa: non si è però accontentato, non ha messo a tacere il grido del suo cuore. Agostino cercava la verità, la verità che non illude, la bellezza che non passa. E come l’ha trovata? Come ha trovato un’amicizia sincera, un amore capace di dare speranza? Incontrando chi già lo stava cercando, incontrando Gesù Cristo. Come ha costruito il suo futuro? Seguendo Lui, suo amico da sempre. Ecco le sue parole: «Nessuna amicizia è fedele se non in Cristo. È in Lui solo che essa può essere felice ed eterna» (Contro le due lettere dei pelagiani, I, I, 1); e la vera amicizia è sempre in Gesù Cristo con fiducia, amore e rispetto. «Ama veramente il suo amico colui che nel suo amico ama Dio» (Discorso 336), ci dice Sant’Agostino. L’amicizia con Cristo, che sta alla base delle fede, non è solo un aiuto tra tanti altri per costruire il futuro: è la nostra stella polare.
Come scriveva il beato Pier Giorgio Frassati, «vivere senza fede, senza un patrimonio da difendere, senza sostenere una lotta per la Verità non è vivere, ma vivacchiare» (Lettere, 27 febbraio 1925). Quando le nostre amicizie riflettono questo intenso legame con Gesù, diventano certamente sincere, generose e vere.
Cari giovani, vogliatevi bene tra di voi! Volersi bene in Cristo. Saper vedere Gesù negli altri. L’amicizia può veramente cambiare il mondo. L’amicizia è una strada verso la pace15.
LEONE XIV, Veglia per il Giubileo dei giovani, 2/08/2025.